Sacerdoti, profeti e re. Sono le dimensioni del popolo di Dio attraverso il dono del santo Battesimo. Noi siamo questi. Entrando nel pieno del cammino quaresimale, la liturgia ci invita ad approfondire il sacramento ricevuto. In questo anno liturgico lo fa attraverso tre episodi profetici della Pasqua di Gesù, episodi, cioè, che l’annunciano e ne mostrano il contenuto. Per noi si tratta di contemplare e riscoprire il fondamento dell’esistenza battesimale che siamo chiamati a vivere e testimoniare.
L’evangelista Giovanni racconta l’episodio della cacciata dei mercanti dal tempio all’inizio della sua narrazione, ma lo collega già con il mistero della morte e risurrezione di Gesù nel suo vero corpo. Mi piace cogliere dal brano tre parole chiave: il tempio, casa di Dio; il corpo di carne di Gesù, che diventerà il corpo glorioso nello Spirito; lo zelo per la la casa del Padre, un amore che opera, agisce nella preghiera. Mi sembra di poter dire in prima battuta che siamo sacerdoti proprio attraverso l’adorazione di Dio nella sua casa. L’adorazione, come ogni altro gesto di preghiera, è un atto d’amore verso Dio. Si compie nel tempio, nella sua casa che è il corpo di Gesù, cioè la chiesa, come pure ogni battezzato, divenuto tempio di Dio nel suo corpo attraverso il battesimo. Tutto questo è vero, però c’è una parola del Signore che mette in crisi la riflessione appena fatta: «Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. Se uno dicesse: Io amo Dio, e odiasse il fratello, è un mentitore. Chi, infatti, non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello» (1Gv 4,19-21).
I gesti paradigmatici dell’adorazione, levarsi i sandali perché siamo in una terra sacra, mettersi in ginocchi davanti al sacro … si declinano come gesti da compiere davanti al prossimo: colui che mi sta davanti, l’altro, è la terra sacra davanti la quale toglieresi i sandali, inginocchiarsi per lavargli i piedi, quel gesto della cena cantato nella melodia che accompagnerà la presentazione delle offerte. Risalta ancora più nitida l’immagine della casa di Dio, del suo tempio, che è la Chiesa: la casa degli uomini trasformata dallo zelo dell’amore, vissuto nello Spirito. Certamente possiamo essere presi dal timore di fronte alla profondità dell’amore che ci viene richiesto: amare come lui, il Signore, ci ha amati. Ritorniamo allora al fondamento, come ci indica la liturgia di oggi. Il fondamento operativo dell’amore sono le «dieci parole» che Dio ha donato a Israele attraverso Mosè, sul monte. Sono come il fitness spirituale, nel quale esercitarsi, da mettere in pratica ogni giorno, per essere capaci, sostenuti dallo Spirito, di andare oltre, verso uno zelo dell’amore secondo Gesù: «è stato detto agli antichi, ma Io vi dico…». Molte persone spendono tempo ed energie in vari fitness, il cui scopo non è altro che uno stare bene con il proprio corpo. Scopo nobile ma non esclusivo, né prioritario, perché il fine della nostra vita è la comunione piena con il Signore e i fratelli e le sorelle. Per questo, come per una sorta di fitness spirituale, abbiamo bisogno di avere pratica nelle dieci parole, farle entrare come guida dei nostri comportamenti, per andare oltre, verso l’amore perfetto, del servizio ai fratelli, fino alla fine, donando la vita se ci verrà richiesto.
Per qualcuno accade. Sono quei fratelli che il Signore a servire la fede dei fratelli. Li chiamiamo abitualmente sacerdoti, sono i ministri della Chiesa, scelti per essere pastori, maestri, guide secondo lo stile di Gesù. E l’amore verso di Lui. Perché accade qualcosa di strano in questa scelta da parte del Signore. Scelti per servire con zelo i fratelli, la loro chiamata si fonda su un altro amore: quello verso Gesù. Così il Signore ha chiesto per tre volte a Pietro: «mi ami tu più di costoro?». Amare Gesù più degli altri, sia pure detto umilmente, è la condizione per essere pastore, maestro, servo dei fratelli. Il Signore chiede uno zelo singolare nei confronti della sua persona. Allora conferisce un compito verso il popolo di Dio. L’amore singolare verso Cristo si traduce di nuovo in uno zelo verso i fratelli e le sorelle affidate. Tutto si ricompone nell’unico amore.