Donare compassione per accogliere la compassione: è questo il mistero della compassione, come appare ai discepoli di Gesù. Il Vangelo di oggi mette insieme due narrazioni paradossali, dalle esasperazioni diversificate, attraverso le quali traluce il mistero della compassione (cf Mt 18,21-35). Il dialogo tra Gesù e Pietro spinge verso un perdono rivolto a chi continua a commettere colpe in un numero tanto imprecisato da far apparire infinito il perdono necessario.
L’espressione settanta volte sette è una delle possibili traduzioni dell’espressione greca, ma in ogni caso il testo mostra un’iperbole che spinge a un perdono illimitato. La parabola che segue non tratta di un perdono ripetuto più volte, ma della remissione di un debito enormemente esagerato. Di per sé la ripetizione di gesti non è una situazione identica al compiere un solo atto di estremo valore. Tuttavia, nonostante questa precisazione, è chiaro che per la narrazione di Matteo i due brani sono strettamente collegati, chiamandoci in gioco sulla nostra disponibilità a vivere il rapporto con il prossimo, prendendo a modello quello di Dio.
Il dialogo tra Pietro e Gesù
La domanda di Pietro segue e conclude tutti i brani precedenti del capitolo, nei quali la riflessione della prima comunità cristiana ha codificato la memoria di gesti e parole di Gesù nella logica che dovrebbe animare le relazioni fraterne all’interno di ogni comunità ecclesiale. Per quanto abbiamo letto nelle domeniche precedenti appare chiaro come la tradizione abbia potuto nominare Mt 18 «capitolo ecclesiale».
Interrogando Gesù su come comportarsi di fronte a un fratello pertinace in un comportamento colpevole, Pietro lega a sette volte la possibilità del perdono. Nel simbolismo ebraico il numero indica perfezione. Pietro, quindi, non intende mettere un limite di fronte alle ripetute mancanze del fratello, ma lo pone all’insegna della pienezza. La risposta di Gesù diventa un’iperbole, di fatto un limite che non ha limiti. Di fronte a questa indicazione precisa dobbiamo riconoscere come senso comune, prudenza e responsabilità sociale, come pure la pratica delle comunità cristiane lungo la storia abbiano messo dei limiti, limiti pratici e sostenuti da riflessioni teoriche.
L’applicazione è realistica?
Per esempio, nelle relazioni umane come tradurre in interventi educativi la parola di Gesù, quando la ripetizione delle mancanze indicherebbe la mancanza di una seria volontà di cambiamento? In un contesto sociale non ci sembra doverosa la necessità di un intervento punitivo di fronte ad effrazioni ripetute? E la disciplina penitenziale della chiesa ha spesso compreso la ripetizione di gesti gravi come mancanza di un pentimento sincero. Eppure, non possiamo fare a meno di considerare il valore di questa parola di Gesù, anche nella sua applicazione concreta, riferendola a un livello programmatico di vita, piuttosto che a una regola di prassi da porre in atto. Siamo messi di fronte a un orizzonte evangelico da tenere sempre presente, nonostante si debbano prendere decisioni operative non in sintonia: quella parola di Gesù deve restare come una profezia da realizzare nelle nostre relazioni comunitarie.
La parabola dei due servi debitori
Il paradosso di un perdono di fronte a mancanze senza limiti viene poi trasposto da Gesù in una parabola anch’essa dal tono paradossale, riportata solo da Matteo. Vi troviamo particolari dalle estreme esagerazioni. La somma di diecimila talenti che il primo servo deve al suo padrone supererebbe di molto l’intera somma di denaro in circolazione in Palestina. Oggi corrisponderebbe a qualche milione di euro: impossibile da ottenere e soprattutto da restituire come chiede il primo servo. Che di fronte al debito di un centinaio di euro del compagno non mostra la minima pietà. L’intervento punitivo del sovrano con cui si chiude la parabola diventa poi un’ammonizione simile a quella del Padre nostro già narrato da Matteo: il comportamento misericordioso di Dio nei nostri confronti è legato al nostro comportamento verso i fratelli e le sorelle. Il punto cruciale della narrazione è al v. 27, dove si afferma come il padrone abbia compassione del servo debitore. Il termine usato è tipico del sentimento materno verso il figlio generato dal grembo: le viscere di una madre non possono dimenticare di aver ospitato fisicamente e nutrito una vita. Inoltre, nella narrazione matteana il termine è applicato solo a sentimenti provati da Gesù, soprattutto verso le folle. Dall’uso fatto in questa parabola ne deriva una comprensione del pensiero dell’evangelista: la compassione del padrone della parabola, cioè di Dio, si declina nella storia come compassione del Figlio Gesù verso l’umanità.
La compassione in una visione escatologica
È interessante raccogliere una testimonianza giudaica più o meno contemporanea alla prima comunità cristiana, dove si trovano linguaggio e logica molto simili: «E voi dunque, figli miei, abbiate compassione nella misericordia verso ogni uomo, affinché anche il Signore abbia compassione e misericordia di voi. Perché alla fine dei tempi Dio manderà sulla terra la sua compassione ed ovunque troverà viscere di misericordia, lì egli abiterà. Come infatti un uomo ha compassione del suo prossimo, così anche il Signore ha compassione di lui (Testamento di Zabulon, 8,1-2). La rassomiglianza trova una distinzione nella realizzazione escatologica dell’intervento di Dio sulla terra. Quello che si indicava come promessa per la fede giudaica si mostra in realtà come avvenimento nella storia attraverso l’evento Cristo. Dio ha già mandato sulla terra la sua compassione, come declinava Girolamo traducendo il salmo: «presto ci venga incontro la tua misericordia, cioè il tuo Figlio unigenito» (cf Sal 79,8).
Il Signore abita in noi quando trova nel nostro cuore una disponibilità alla compassione, quella santità ospitale alla quale abbiamo accennato nell’omelia di domenica scorsa. Allora dalla liturgia siamo stati invitati a riflettere quale risonanza avessero in noi quelle due parole, esemplari del comportamento di Gesù: «santità ospitale»: cosa voleva dire per la nostra vita, in concreto? Oggi, nel cammino che la liturgia ci invita a compiere, ci viene consegnata un’altra parola: la compassione. Dio in Gesù ha compassione di ciascuno di noi. Non perché ci guardi dall’alto in basso, con un pietismo che mantiene una distanza abissale e ci presenta un’immagine di Dio impassibile di fronte alla fragilità umana. Dio ha compassione dal di dentro delle sue viscere, perché quello che accade in Gesù accade in Dio. I sentimenti umani di Gesù sono la trasparenza del misterioso cuore di Dio, delle sue viscere materne.
Abbiamo ricevuto in dono questa compassione il giorno del nostro santo Battesimo, quando ci è stato donato il perdono dei peccati, cioè la possibilità del perdono di ogni peccato che avremmo potuto commettere nella nostra vita. Ma questo dono così prezioso è come custodito in un forziere: la chiave che lo apre è la compassione verso i fratelli e le sorelle. Ogni volta che mettiamo in atto la compassione verso il prossimo, facciamo esperienza della compassione di Dio verso di noi. Questa è la parola che ci viene consegnata: la compassione. Teniamola fra le mani in un breve minuto di silenzio: a chi vogliamo donarla? E ci sarà mostrata quanto sia grande la compassione di Dio verso di noi.