Non solo noi, ma tutti. In questa breve frase scopro il significato profondo che Matteo attribuisce all’episodio dei Magi, raccontato da lui solo e collocato all’inizio del Vangelo. All’inizio, ovviamente, ma secondo una prospettiva chiara verso il resto della narrazione e la sua stessa conclusione. Infatti, il Vangelo secondo Matteo si propone di formare una comunità di origine ebraica, aprendola alla novità di Gesù, il Cristo, riconosciuto Messia, il profeta che doveva venire. Da una parte si conserva il bene già possieduto, il dono dell’alleanza singolare fra Dio e il suo popolo. Ma si va oltre, rompendo schemi rigidi e introversioni di chiusura, dall’inizio alla fine. Così la nascita di Gesù è sottolineata secondo la discendenza di Davide, nell’appartenenza al popolo e alla tribù di Giuda. Però vengono i Magi, dall’Oriente lontano e sono i primi ad adorare il bambino. Dopo aver costituito i dodici apostoli, Gesù li manda a predicare alle sole «pecore perdute della casa di Israele», ammonendoli di non entrare nelle case dei pagani. E invece, risorto, prima di ascendere alla destra del Padre, invia i discepoli a predicare il Vangelo a tutte le genti del mondo intero. La cura verso le ferite del popolo, vissuta attraverso guarigioni e parole, si allarga alla figlia della donna cananea. E il segno simbolico dei pani spezzati e moltiplicati avviene prima in terra d’Israele per ripetersi di nuovo in terra pagana. Questo dinamismo fra la cura verso la comunità dei discepoli e l’oltre dell’umanità intera lo troviamo rinnovato nelle parole che ogni domenica riascoltiamo, celebrando l’Eucarestia: «questo è il calice del mio sangue, per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti».
I magi sono il simbolo della sapienza umana che incontra Cristo. Come ha scritto Giovanni Crisostomo, i magi non si sono mossi in cammino perché avevano visto la stella, ma hanno visto la stella perché erano già in cammino. L’immagine del camminare allude alla sapienza umana che s’interroga sul senso della vita, alla ricerca di una verità che acquieti il cuore. Attraverso il loro cammino spirituale i magi, sapienza umana in cammino, sono stati condotti da Cristo stesso, la stella, a incontrare Gesù, nella pienezza della sua persona. Come sappiamo, i doni che portano, oro, incenso e mirra rinviano alla realtà di Gesù. Gesù è il Re, il Signore del tempo e della storia. Gesù è il Sacerdote, che ha riconciliato l’umanità in sé stessa e con il mistero di Dio. Gesù è profondamente fragile nella sua umanità, solidale sino alle estreme conseguenze, eccetto il peccato. La sapienza umana dei magi ha riconosciuto il mistero di Dio nel volto della fragile carne del bambino Gesù. La sapienza evangelica ci faccia riconoscere il mistero del Dio fatto carne nel volto dell’umanità, sua immagine e somiglianza.
Vorrei che questi pensieri ci guidassero nella nostra prima convocazione da quando sono parroco in mezzo a voi. Nell’assemblea del prossimo 28 gennaio ci ritroveremo tutti insieme per pensare, ascoltarci e scegliere insieme attraverso quali strade crescere in comunione «fra di noi» e annunciare Cristo «al di fuori di noi». Non solo per noi, ma per tutti. L’invito del Magistero all’esperienza sinodale non è disgiunto dalla tensione all’annuncio. Crescere nella comunione vera non rinchiude in uno sterile autocompiacimento, ma ci apre alla condivisione del bene e del bello di cui facciamo esperienza. Non solo per noi, ma per tutti.
E se mi permettete un’immagine, tratta dai ricordi della mia gioventù, vorrei modulare la frase che maestro Miyagi ripete a Daniel in Karate Kid, per addestrarlo attraverso una via che lui non gradisce e non capisce: «Passa la cera, togli la cera. Passa la cera, togli la cera. Passa la cera, togli la cera». Senza alcuna ironia sconveniente, comunità di santa Lucia … «Vivi il Vangelo, annuncia il Vangelo. Vivi il Vangelo, annuncia il Vangelo. Vivi il Vangelo, annuncia il Vangelo».