La parola di Gesù invita oggi ad «attraversare l’armadio». Prendo questa immagine dal primo libro di Clive Lewis sulle storie di Narnia: la piccola Lucy entra nell’armadio e uscendo dal retro dello stesso si trova proiettata in un’avventura al tempo stesso entusiasmante e problematica, nella quale insieme ai suoi fratelli dovranno mettere in campo tutte le loro forze e capacità per combattere il male.
Riflettendo sulla pagina del Vangelo che ci offre la liturgia, vi ho scoperto una carica di liberazione che mi era passata inosservata. La bella notizia del Vangelo è sempre un annuncio di liberazione, di quella verità che ci rende liberi. Ancora oggi Gesù ci libera offrendoci delle parole perché possiamo andare oltre schemi già fissati e inoltrarci nell’avventura della vita evangelica. In particolare, dal dialogo fra Gesù e la folla ho raccolto tre indicazioni.
La prima è il discernimento tra bisogni e desideri. Gesù rimprovera alla folla di cercarlo perché sono stati saziati dai pani che ha moltiplicato. La fame è uno dei bisogni fondamentale. E come tutti gli altri chiede di essere soddisfatto prima possibile. Ma una volta soddisfatto basterà un po’ di tempo e si farà vivo ancora una volta. Non si è mai completamente soddisfatti nei bisogni. Il desiderio, invece, viene da un oltre di noi stessi, è eccentrico. E si nutre di attesa, dove l’attesa vissuta è cifra simbolica dell’esaudimento pieno che accadrà al momento opportuno. È importante l’attesa verso l’esaudimento del desiderio. Il cibo che rimane per la vita eterna indica una pienezza di vita che possiamo gustare fin d’ora ma che solo attraversando l’attesa potremo camminare fino a goderne nel compimento. Liberiamoci dai bisogni, accettandoli per quello che sono, ma non abbandoniamo i desideri, perché sono una tensione verso la pienezza di vita promessa dal Signore.
La seconda parola di Gesù chiede di andare oltre quel rapporto con Dio visto come un’obbedienza servile per meritare i suoi favori. «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?»: così parla la folla. Si potrebbe pensare al valore dell’obbedienza alla quale Israele è tenuto per la sua Alleanza con Dio. Ma Dio attraverso Mosè ha dato dieci parole a Israele perché rimanesse nell’Alleanza, che è dono gratuito del Signore. L’obbedienza alle dieci parole non era da interpretare come azioni da compiere per ottenere le benedizioni di Dio. E Gesù ci riconduce al senso gratuito dell’abbandono di fede. Non si tratta di opere da compiere ma della piena adesione alla persona di Gesù, il Figlio mandato nel mondo, che ci ha lasciato nei suoi gesti e nelle sue parole le forme dell’amore: «amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato».
L’ultima parola è ancora più decisa. La folla chiede un segno di prova. La richiesta non è estranea alla vita di molti di noi. Quante volte chiediamo dei segni! Come se la fede fosse una questione intellettuale dell’esistenza di Dio. E allora cerchiamo prove che soddisfino la nostra capacità razionale. Oppure segni da cogliere come un’evidenza materiale di quello che dobbiamo fare. Ma i segni che obbligano non lasciano spazio alla libertà e il freddo raziocinio non riempie il cuore, che ha sempre le sue ragioni. Gesù invita alla consapevolezza della sua presenza: «il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Il Signore risorto e vivo è presente nella nostra vita. Non dobbiamo cercare segni ma aprire gli occhi alla presenza del Signore nella nostra esistenza, nei risvolti e nelle pieghe della storia. Questa è la fede del Vangelo che ci libera ad una esistenza di libertà, faticosa ma entusiasmante. Non ci resta che attraversare l’armadio, come Lucy, come tanti fratelli e sorelle nella fede l’hanno fatto nella loro vita.