La Pasqua di Cristo diventa la nostra Pasqua. Il giorno di Pasqua diventa la Pasqua dei giorni. Ancora oggi ritorniamo alla frase che ci aiuta a comprendere il mistero della Pasqua di Gesù. In modo particolare, dopo il dono della pace, lo shalôm di Dio, il Risorto ci ha consegnato una missione speciale: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Non credo sia un caso che proprio oggi la Chiesa ci invita a pregare perché il Padre, il padrone della messe, mandi operai nella sua messe. Il testo greco usa due parole diverse per indicare l’invio del Padre da quello del Risorto. Cioè la missione che Gesù ha donato ai suoi discepoli non è identica a quella che lui ha ricevuto dal Padre: simile, certamente, ma non identica. Gesù resta sempre il Signore. Noi partecipiamo della sua vita attraverso il dono del suo Spirito, come vedremo domenica prossima. In virtù del dono dello Spirito partecipiamo della sua missione, che è sempre una sola e limpida: l’annuncio e l’avvento del Regno di Dio. Alla costruzione del Regno siamo chiamati tutti, in forza del Battesimo ricevuto. Dal giorno del nostro santo Battesimo siamo immersi nella Pasqua di Gesù che il Vangelo di oggi ci ricorda attraverso un’espressione significativa dell’evangelista Giovanni: «Per questo il Padre mi ama: perché do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e riprenderla di nuovo». Quest’ultima frase anticipa nelle espressioni verbali il gesto che Gesù compirà nella cena prima della sua passione, quando mostrerà il compimento del suo amore: darà via la veste per lavare i piedi ai discepoli e la riprenderà di nuovo, per indicare loro come Maestro e Signore l’esempio da seguire. Ecco la missione che ci viene consegnata: nel servizio reciproco annunciamo l’avvento del Regno nella nostra vita, nelle relazioni che intessono la nostra comunità, a qualunque livello.
È solo all’interno di questa visione complessiva che il Signore chiama alcuni a consegnare la propria vita alla missione, in un modo totale, in un rapporto esclusivo con il Regno.
I ministri ordinati sono chiamati a dedicare la propria vita al servizio della fede di sorelle e fratelli. Si tratta della lavanda dei piedi, simbolo pregnante, prima di tutto nello spezzare la Parola, perché sia fonte di conversione nella vita di ogni giorno. Lavanda dei piedi, poi, offrendosi nella preghiera che trasforma, soprattutto nei sacramenti. Lavanda dei piedi, infine, nel camminare con i fratelli, a volte seguendo la comunità affidata, a volte guidandola, ma sempre insieme, in mezzo ad essa. Per tutto questo ricevono un dono particolare dello Spirito, perché, restando sempre fratelli tra fratelli, siano per loro segno della presenza del Signore. All’interno di questo cammino comunitario il Signore chiama donne e uomini ad essere segno con la propria vita della méta comune, il Regno definitivo. Religiose e religiosi consegnano la loro esistenza concreta ad una risposta d’amore esclusiva verso il Signore Gesù. È lui il Regno. Questi fratelli e sorelle provano a rispondere fin d’ora al suo amore con una dimensione totale che pervada l’intera loro esistenza. La loro vita battesimale si apre ad una radicalità senza confini.
Ma tutto questo mai senza gli altri. Ogni vocazione nella Chiesa nasce da quel battesimo che ci rende fratelli e sorelle in Cristo e ci fa vivere nella comunione di carismi e doni. Ignazio d’Antiochia, vescovo e martire del II secolo, ci offre un paragone illuminante: siamo una sinfonia di voci e di vocazioni, dove ognuno ha la propria partitura musicale da eseguire con creatività e arte. Non si tratta di una partitura già scritta. La dobbiamo scrivere insieme, accordando suoni, ricordando la melodia già suonata e anticipando quella futura. Per questo c’è davvero bisogno di chi si consegni al Regno con tutta la sua vita: lavando i piedi ai fratelli nel servizio alla loro fede oppure vivendo in mezzo a loro come segno del Regno definitivo.
In questi giorni mi sono stati fatti auguri e doni per il mio compleanno. Ringrazio tutti. Ma l’augurio e il dono che desidero più di ogni altra cosa è proprio la grazie di vivere in mezzo a voi e con voi la riflessione appena condivisa, perché la Pasqua di Cristo diventi la nostra Pasqua e il giorno di Pasqua si trasformi nella Pasqua dei nostri giorni. Inoltre mi è venuta in mente la storia di Alice, quella che viaggia nel paese delle meraviglie. Là incontra il cappellaio matto, che tanto matto non doveva essere perché lo trova a festeggiare il giorno del suo non-compleanno! 364 giorni di festa invece di uno solo all’anno mi pare che siano uno scambio vantaggioso. Allora festeggiamo insieme i giorni dei nostri non-compleanni. Festeggiamoli come ho detto sopra: condividendo il servizio insieme, facendo manifestare nella nostra comunità il Regno che viene. Allora davvero il giorno di Pasqua diventerà per ciascuno di noi e per tutti la Pasqua dei giorni.